La mia Sicilia

Mancavo a Palermo da maggio 2004!

Anzi dal 29 maggio 2004.

Giornata memorabile!

Giornata di ritorno del Palermo nella massima divisione dopo 31 anni.

Sono passati 18 anni, ma ho ancora negli occhi la città tappezzata di bandierine rosa-nere, la vespa appesa per le strade della vucciria, il delirio alla fine di quella partita che ci sorprese in giro per la città e ci bloccò per ore interminabili davanti al teatro Massimo.

18 anni dopo Palermo mi da di nuovo il benvenuto con quella luce rosata e intensa del primo mattino che specchiandosi nell’acqua si riflette sulle montagne affastellate a picco sulla costa. Un mare calmo e cristallino, un tripudio di colori, odori, persone che affollano le strade e i mercati di un venerdì mattina di fine settembre.

Siamo appena arrivati ma l’accoglienza dei palermitani é ineguagliabile. Domenico, il tassista, ci fa fare il giro di mezza città per darci i giusti suggerimenti su dove assaggiare tutto ciò che chi sbarca sull’isola non può farsi mancare.

Sergio, da cui Alberto ha noleggiato la bici, ci mette a disposizione il suo meccanico che in 2 minuti (e non due ore che erano servite a me …) riassembla la mia bici e serra i pedali come se non dovessero essere mai più smontati!

Giovanni e Danuta ci accolgono nel loro bellissimo negozio e ci dispensano consigli e suggerimenti sul giro che ci apprestiamo a compiere con la promessa che gli racconteremo.

Pietro e Liliana ci dedicano l’intera giornata accompagnandoci in un tour culturale-gastronomico che, passando attraverso Ballarò e il parco della Favorita, ci conduce a Mondello e poi su su fino a Monreale per poi concludersi da “Franco u Vastiddaru”, in un crescendo di maiolini, stigliole, granite con la brioche, panelle, crostini, pani ca meusa e chi più ne ha più ne metta!! “Per fortuna che da domani iniziamo anche a pedalare” è la scusa per non tralasciare nulla di ciò che ci viene proposto!!

E la mattina dopo si comincia finalmente a pedalare davvero! Finalmente perché la curiosità è incontenibile e la voglia di cominciare a far girare i pedali lungo il periplo non si trattiene.

Quando ti figuri la Sicilia pensi al mare cristallino che la bagna, alle calette con l’acqua che ti chiama a tuffarti, ai cieli limpidi e infiniti.

Non pensi al vento incessante che ti accompagnerà, al mare burrascoso che con le sue onde ti lascia intravedere un po’ di azzurro in un blu travolgente e profondissimo, alle nuvole che si rincorrono impazzite illudendoti che il sole non ti stia ustionando più di tanto.

Quando pensi alla costa siciliana pensi: “cavolo, migliaia di chilometri tutti uguali di costa mediterranea..” senza renderti conto che questi chilometri racchiudono un universo mai uguale che ti sorprende in continuazione!

Lasciando Palermo, dominata dal Monte Pellegrino roccaforte di Santa Rosalia patrona della città, la montagna ti accompagna sempre fino a Capo Gallo, il promontorio che separa Mondello da Sferra Cavallo e Isola delle femmine. Da lì in poi la costa si addolcisce ma rimane pressoché rocciosa e frastagliata fino a Castellammare del Golfo.

È un avvicendarsi di borghi che ti accompagnano in un “dolce” saliscendi, che un attimo ti affaccia sul mare e un attimo dopo ti porta nell’entroterra a contemplare la costa dalla collina.

Castellammare è una perla! Con il suggestivo porticciolo protetto dal golfo, il paese si arrampica in verticale lungo le pendici del monte Inici offrendo scorci spettacolari della costa fino a Terrasini.

Ma le sorprese sono appena iniziate.

Lasciata Castellammare la costiera si innalza nuovamente.

Il mare sprofonda e lo sguardo inizia ad abbracciare il promontorio di San Vito lo Capo in lontananza.

Sembra quasi di poterlo toccare ma in realtà è ancora lontano e superata un’altra perla come Scopello, l’unico modo per raggiungere il Capo lungo la costa è rappresentato dai sentieri che attraversano la riserva dello Zingaro, letteralmente inaccessibili in bicicletta! I controlli sono serratissimi, gli accessi consentiti solo a piedi e non resta che arrampicarsi nuovamente su nell’entroterra, ammirando il castello di Baida e rimanendo folgorati dal riverbero del marmo delle cave che si susseguono lungo l’omonima strada che conduce fino a Custonaci.

Anche conosciuta come «Città internazionale dei marmi» per la presenza nel suo territorio del secondo bacino marmifero d’Europa con più di cento cave disseminate nel suo territorio, Custonaci custodisce una perla ineguagliabile, la Grotta Mangiapane, all’interno della quale è racchiuso un paese abitato fino alla metà del 900 e oggi museo.

Arrivati alla grotta lo sguardo è nuovamente rapito da un promontorio sul mare, questa volta rappresentato dal monte Cofano. La tentazione di assecondarlo e risalire verso San Vito lo Capo da lì è forte, ma i sentieri non proprio gravel ci pongono dinanzi ad una scelta e decidiamo di proseguire verso Trapani dove ci aspettano le saline.

Nella mia ignoranza non avevo idea di come si potessero presentare le saline e del fascino che potessero emanare, soprattutto al tramonto.

La costa trapanese fino a Marsala, vista la consistente presenza di argilla che rende il fondale marino ideale per il ristagno dell’acqua, è caratterizzata da un susseguirsi incessante di saline. Vasche che, a seconda della salinità raggiunta, si avvicendano in mille sfumature che dal blu e verde smeraldo arrivano fino al bianco accecante del sale cristallizzato, passando per il rosa delle vasche abitate solo dalle particolarissime alghe di cui sono ghiotti i fenicotteri che periodicamente è possibile ammirare in queste zone.

Si riconoscono subito per il loro incedere buffo e altalenante, con il becco ricurvo, impegnati a scovare gamberetti e alghe per l’appunto, che oltre alle acque rendono rosa anche il piumaggio di questi uccelli man mano che crescono.

Il paesaggio delle saline è surreale e il fascino dei mulini a vela, ormai in disuso, indescrivibile! Contemplarli per ore inevitabile! E un’ulteriore sosta alle saline di fronte all’isola di Mozia è d’obbligo.

Superata Marsala, la costa cambia di nuovo.

Lo zolfo invade le narici, strati sottili di alghe seccate ricoprono gli scogli che si adagiano morbidi sul mare e la sabbia addolcisce l’accesso al mare.

Chilometri di sabbia che accompagnano fino a Mazara del Vallo attraverso la riserva di Capo Feto, in cui la palude è separata dalla spiaggia da una lingua di terra battuta, interdetta, almeno sulla carta, alle auto.

Arrivati a Mazara si è letteralmente travolti da una commistione di stili, tradizioni e culture.

Tra i vicoli della Casba, abbelliti da maioliche e ceramiche dipinte, fanno capolino chiese barocche e in stile romanico e risuona ipnotico il muezzin. Il cous cous speziato e ricco di pesce appena pescato riempie le tavole e l’integrazione di culture agli antipodi appare perfettamente normale.

Anche dopo Mazara la costa rimane dolce e sabbiosa ma, nonostante questo, cambia ancora perché si riempie di dune morbide e sabbiose, ricoperte di gigli di mare ostinati e resilienti che non si arrendono alle difficoltà e colorano la costa fino a Selinunte.

Da Marinella di Selinunte proseguire sulla costa diventa più complicato.

La riserva del fiume Belice si estende per un bel tratto di costa, attraversata da sentieri sabbiosi e difficilmente pedalabili che costringono a rientrare nell’entroterra attraverso vigneti, campi coltivati e uliveti che non abbandonano più fino a Sciacca.

La vecchia ferrovia ora dismessa e trasformata in buona parte in pista ciclabile si arrampica su e giù per le colline offrendo scorci suggestivi su distese di vigne basse e fittissime di foglie già ramate. Attraversandole, in corrispondenza delle cantine che di tanto in tanto si incontrano, si rimane inebriati dal profumo del mosto in fermentazione. Il sole, il vento, il mare, la salinità della terra donano a questi vini profumi e armonie uniche.

E l’arrivo a Sciacca dalle colline lascia spazio di nuovo alla sorpresa.

Sciacca ricca di acque sulfuree e curative, in passato meta ambita per le sue terme (attualmente purtroppo chiuse), ricca di chiese racchiuse tra i vicoli e nota per le sue ceramiche è un gioiello. E l’accoglienza di Ignazio e Simone non è da meno.

Non vedevo Ignazio da circa trent’anni e non avevo mai conosciuto Simone, ma ho l’impressione di averli visti ieri. Dopo il Covid, alla fine di una vacanza in Sicilia, di cui è originario Ignazio, hanno deciso di mollare Roma e fermarsi qui. Hanno rimesso a posto la casa della nonna e ne è venuta fuori Domus Aleria, un vero gioiello. Ripartendo ci hanno strappato la promessa di tornare quanto prima.

L’ultimo tratto di costa fino ad Agrigento ci riserva un’ulteriore sorpresa.

Tutti conoscono la Scala dei Turchi, pochi conoscono la riserva orientata di torre Salsa e Giallonardo con la sua baia delle Sirene.

Nonostante il vento e il mare increspato uno dei luoghi più suggestivi di questo viaggio.

Per non parlare della valle dei Templi di Agrigento!

Arrivare in questa città per un attimo mi ha rattristato.

Finita la parte costiera ci saremmo addentrati nell’entroterra per risalire (non solo metaforicamente) fino a Palermo, percorrendo una traccia costruita sulla carta da me, sulla base di nomi e foto di luoghi che mi incuriosivano.

Mai e poi mai avrei pensato di poter godere di tali bellezze.

Lasciata Agrigento e il suo delirio di abusivismo figlio degli anni 80, il paesaggio cambia completamente. Le colline si susseguono. I campi di grano si estendono all’infinito, ma il giallo si avvicenda con il nero del fuoco appiccato dopo il raccolto per bruciare la stoppia, secondo le antiche usanze contadine tramandate fino ad oggi.

I campi si estendono fino ai piedi dei paesi abbarbicati a picco sulle colline, come Sutera e Mussomeli, sede di uno dei castelli manfredonici più belli della Sicilia.

Nell’entroterra le case si diradano, le masserie isolate riportano ai racconti di Verga ambientati nelle campagne, il mare appare lontanissimo e complici la pioggia e le nubi basse addensate sulle formazioni rocciose che caratterizzano queste zone, arrivando a Corleone la sensazione è stata quella di essere in Scozia!

Da Corleone rientrare a Palermo è stato un soffio.

Il vento non ci ha aiutato e per più di un attimo ho avuto l’impressione romantica che volesse posticipare la fine del viaggio.

Un viaggio denso e appagante che ci ha regalato un assaggio di questa meravigliosa terra.

Rientrare a Palermo ci ha ricatapultato nel delirio di voci suoni e colori di questa città è ci ha coccolato nuovamente grazie all’ospitalità dei palermitani e di Fabiola e Beppe in particolare che con le loro meravigliose fanciulle ghiotte di caponata e baccalà a sfincione ci hanno fatto conoscere una delle osterie della tradizione palermitana.

Questa terra, con le sue mille contraddizioni, mi ha conquistata.

Mi hanno conquistata le persone, i sapori, i profumi, la storia che si respira in ogni pietra, gli scorci….una bellezza intrinseca, nonostante le molteplici problematiche che la attanagliano e fra le quali spicca la questione della spazzatura.

Il cruccio dei rifiuti abbandonati per strada avvilisce una gran parte dei siciliani che vedono deturpata la propria terra e girando l’isola fa specie pensare che luoghi così belli vengano inquinati in questo modo!

Questa terra mi ha nuovamente conquistata e resterà con me a lungo!


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